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Un quadro, due misteri

di Domenico PALMIERO


Nella chiesa Madre di San Prisco faceva bella mostra di se fino al 1991, anno in cui fu rubato, un dipinto su tela di autore ignoto risalente, secondo la Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Caserta e Benevento, al XVIII secolo e raffigurante San Prisco e Santa Matrona. Il dipinto, alto circa 4 metri e largo 2, era sistemato dietro l’altare maggiore, in alto, in un apposita cornice di stucco bianco. Il quadro rappresenta l’estrazione di San Prisco dal pozzo: al centro dell’immagine pittorica campeggia San Prisco addobbato in abiti vescovili con tanto di mitra in testa mentre viene tirato fuori dal pozzo da due muscolosi fedeli. A sinistra del pozzo si nota una Matrona in posizione orante, con la testa coronata. Alla sinistra della Matrona si scorgono le teste di due buoi. Attorno al pozzo una folla di fedeli rende grazie a Dio mentre, nella parte superiore del quadro, una schiera di angeli musici intona celesti armonie.

IL PRIMO MISTERO

 

Ma chi è quella Matrona?

Secondo l’opinione comune dei fedeli sanprischesi, la figura femminile con la testa coronata non è altri che santa Matrona.

Una tradizione che vanta un “partigiano” illustre, vale a dire Michele Monaco, il più grande scrittore e storico del seicento capuano. Contro l’opinione di Michele Monaco, però, si schierano due dotti sacerdoti : l’abate Francescantonio Natale,[1] autore del volume “Considerazioni sopra gli atti di Santa Matrona”, (l’abate si rifece a sua volta ad un manoscritto datato 1764 di don Francesco Monaco che descriveva l’antica chiesa di San Prisco prima dell’abbattimento nel 1759), e il sacerdote Guglielmo Di Monaco, nella sua opera “Santa Matrona Vergine e Martire.[2]

Per Guglielmo Monaco la donna del quadro, messa accanto al pozzo sta ad indicare semplicemente il luogo della sepoltura e l’estrazione dalla tomba o pozzo che dir si voglia, non vuole rappresentare la scoperta del sepolcro ma l’elevazione o la canonizzazione del corpo dei martiri. Vale a dire l’esposizione in luogo decente per il culto pubblico. In un’antica pittura del portico dell’antica basilica vaticana, infatti si vedono alcuni uomini mentre estraggono, da un pozzo, appunto, i corpi degli apostoli Pietro e Paolo. Ad un lato della pittura c’è una Matrona, del tutto simile a quella dipinta nel nostro quadro. Ora è chiaro che nella pittura vaticana non si voleva certo riprodurre la figura di una nuova santa, ma rappresentare l’esposizione al pubblico delle sante ossa. Un criterio che deve essere accettato anche per il nostro quadro.

In sintesi il soggetto del dipinto non è la miracolosa scoperta del sepolcro di San Prisco da parte di Santa Matrona, ma semplicemente l’esposizione al pubblico culto delle sue ossa e la figura femminile a sinistra del pozzo non è affatto Santa Matrona, ma una “normale” Matrona.


[1] Francescantonio Natale: Considerazioni sopra gli atti di Santa Matrona; Vincenzo Mazzola Vocali editore, Napoli 1775.  

[2] Guglielmo Di Monaco: Santa Matrona Vergine e Martire; C. Fossataro Casa editrice della Gioventù, Santa Maria Capua Vetere.

IL SECONDO MISTERO

La datazione del quadro.

Secondo gli esperti della Soprintendenza il dipinto su tela risale al XVIII secolo e noi sappiamo che l’abbattimento della vecchia chiesa iniziò nel 1759. Le date, quindi coincidono.

Resta, allora, da capire come mai Francescantonio Natale e Guglielmo Monaco polemizzano con Michele Monaco imputandogli di aver tracciato la storia fantasiosa di Santa Matrona sulla errata interpretazione del quadro.

A rigor di logica, infatti, quando il quadro fu dipinto il buon Michele Monaco sarebbe dovuto essere morto da un pezzo. È probabile, allora, che Michele Monaco abbia tratto le sue argomentazioni da un affresco conservato nella vecchia chiesa (pitture databili attorno al 1467, anno in cui fu consacrata la chiesa). In seguito, quando fu deciso di abbattere la vecchia chiesa, l’affresco raffigurante l’elevazione di San Prisco fu ricopiato sulla tela che campeggiava sull’altare maggiore. L’abate Natale, infatti, quando controbatte Michele Monaco sull’interpretazione della storia di Santa Matrona, recita testualmente: “…che nel quadro dell’altar maggiore della chiesa di San Prisco vedevasi la Santa dipinta con in mano ancor la palma…”.

Ora si vede chiaramente che la Matrona del nostro quadro non ha in mano nessuna palma, anzi è in posizione orante.

Se Michele Monaco si è sbagliato, dunque, non lo ha fatto guardando al quadro dipinto nel XVIII secolo (e come poteva lui uomo del seicento?) ma ad uno degli altri affreschi che ornavano la chiesa madre prima della ristrutturazione del 1759.

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Bibliografia

- Guglielmo Di Monaco, Santa Matrona Vergine e Martire, casa editrice della Gioventù di C. Fossataro, Santa Maria C. V. 1906.

- Francescantonio Natale, Considerazioni sopra gli atti di Santa Matrona, Vincenzo Mazzola – Vocali editore, Napoli 1775.

- Manoscritto Fondo Iannelli, biblioteca del Museo Campano di Capua, Descrizione della chiesa di San Prisco, scritta da Francesco Monaco nel 1764. 

 

 

SAN PRISCO VESCOVO E MARTIRE*

 di Domenico Palmiero


 

1) La tradizione. Il cardinale Capecelatro e monsignor Granata.

La vicenda narrativa e storica di San Prisco, primo vescovo di Capua, è intessuta di mistero, di sovrapposizioni popolari, di pietà, di fede e di devozione. E’ utile, allora, distinguere la tradizione orale dalla storiografia ufficiale e dalla critica storica sulla figura di San Prisco Nel solco della tradizione seguiremo ìa narrazione del cardinale Alfonso Capecelatro, arcivescovo di Capua (Marsiglia 1824-Capua 1912) il quale, su sollecitazione del parroco, diede alle stampe per i tipi della Tipografia della S Lega Eucaristica di Milano, una pregevole "Novena a San Prisco Martire primo Vescovo Capuano" che vide la luce nel 1901.

Nellintroduzione alla sua 'Novena', il Capecelatro narra che San Prisco fu martirizzato nell’antica Capua, ma che il suo corpo fu sepolto dai discepoli fuori la Porta di Giove.  In principio i resti mortali del santo furono venerati in segreto ma poi, quando la persecuzione contro i cristiani cessò, sulla tomba fu edificata una chiesetta destinata a diventare la futura parrocchia. Poi, secondo 1’uso, i fedeli iniziarono a costruire le proprie abitazioni intorno al sepolcro del santo.

Da quel gruppo originario di case sorse il paese di San Prisco. Le sante reliquie furono, poi trasferite nel duomo di Capua all’inizio del 1700.

II Capecelatro divide la sua “Novena” com’era ovvio, in nove giorni, partendo dalle considerazioni per finire alle preghiere. Si tratta certamente di un testo p ricco di spunti spirituali che storici, scritto appositamente per la saldezza delle anime, ma interessante sotto il profilo della ricerca storica. Rimaniamo sempre nell’ambito della tradizione quando il cardinale narra che Gesù stesso scelse la casa di San Prisco per celebrare l’ultima cena e che, quindi, ricevette dalle mani del Salvatore la prima Eucaristia.

II Capecelatro continua raccontando che San Prisco seguì San Pietro quando questi si recò ad Antiochia per evangelizzare i pagani e non lo abbandonò nemmeno quando sbarcò sui nostri lidi. Prisco in seguito, lasciò Roma per Capua dove era particolarmente venerata Diana dea della caccia.

Prisco si stabilì fuori della città sull’Appia nei preessi della Porta Albana e da lì iniziò la sua predicazione, anche con segni prodigiosi come il ridare la vista ai ciechi, la parola ai muti e resuscitando i morti.

Il proselitismo di Prisco provocò, ovviamente, la dura reazione dei sacerdoti di Diana: fu arrestato, messo ai ceppi dal proconsole campano e sottoposto ad ogni genere di tortura affinché ritrattasse la sua fede. Prisco, però, benché sfinito dai dolori, recitò questa preghiera, "Io ti ringrazio, o Signore Gesù Cristo, che ti sei degnato di unirmi al numero dei tuoi Santi. Ti ringrazio pur molto di aver appagato il mio desiderio di martirio. Il Tuo Nome sia benedetto nei secoli, ed ora accogli il mio spirito".

La preghiera irritò a tal punto i suoi carnefici che questi lo trafissero a colpi di pugnale. Il suo corpo fu seppellito dai discepoli i fuori la porta di Giove, dove, in seguito, fu edificata la chiesa di San Prisco. Della figura del primo vescovo e martire capuano si occupa diffusamente anche monsignor Francesco Granata, nobile capuano e vescovo di Sessa, nella sua "Storia Sacra della Chiesa Metropolitana dì Capua" data alle stampe nel 1766.

La. narrazione del Granata è molto ricca di particolari: Prisco fece demolire il Tempio di Diana Tifatina, si stabilì presso la Porta Albana con due discepoli (uno dei quali fu San Sinoto, successore di Prisco). La prima chiesa fu la "Grotta", un sotterraneo dove si riunivano i fedeli in Cristo, che fu chiamata Santa Maria Maggiore o Santa Maria di Capua.

Un'attività pastorale lunga, quella di Prisco, ventennale secondo il Granata. II santo trovò il martirio qualche anno prima di Pietro, secondo la tradizione il 1° settembre all'inizio della persecuzione dell'imperatore Nerone. Il suo corpo fu deposto in un sepolcro di proprietà di una nobile matrona. I resti furono poi ritrovati da Santa Matrona nell'anno 506 e trasferiti nella chiesa dedicata dalla fanciulla al santo.

2) La tradizione, n Martirologio di Adone, la Passio Cassinosi, il Martirologio Romano e Michele Monaco

Che Prisco sia stato uno dei primi discepoli del Signore lo si apprende nel Martirologio di Adone, ed è probabile che proprio in seguito a questa "interpretazione" che la Passio della Biblioteca Capitolare di Benevento identifichi Prisco con il discepolo che diede ospitalità a Cristo durante l'ultima cena, che abbia seguito Pietro in Italia e che sia diventato il primo vescovo di Capua.

Per la Passio dei Codici Cassinesi dell'XI secolo, Prisco è un vescovo espulso dall'Africa nel 368 o nel 378 durante la persecuzione dell'imperatore Valente.

Insieme ad altri fedeli fu caricato a bordo dì una nave "colabrodo" e abbandonata alla deriva. II "guscio", però, approdò miracolosamente sulla costa campana. Prisco si stabilisce presso la Porta Albana, viene accusato di aver distrutto il tempio di Diana Tifatina e ucciso a colpi di pugni e bastoni. Secondo lo storico Michele Monaco, i resti del martire furono trasferiti nella cattedrale di Capua (ad accezione di poche reliquie che rimaste a San Prisco e ritrovate in un vaso dì vetro nel 1598). I resti di Prisco conservati nel duomo di Capua furono rinvenuti, assieme a quelli dì Stefano, dall'arcivescovo Nicola Caracciolo nel 1712. La cassa, con pareti interne rivestite di stoffa pregiata d'arte arabo-bizantina, è del XIII secolo.

Il Martirologio Romano commemora nel 1° settembre oltre a Prisco anche Castrese, Tammaro, Rosio e Roscio, Eraclio, Secondino, Adiutore, Marco, Augusto, EIpidio, Canìone e Vindonio.

Essi sarebbero stati cacciati dall'Africa durante la persecuzione vandalica del 439.

3) La critica storica: Antonio Iodice e la "Storia della Chiesa di Capua"

A sollevare la cappa delle incrostazioni storiche della tradizione scritta e orale provvede, tra gli altri. Antonio Iodice nella sua "Origini della Chiesa di Capua'. Lo studioso capuano analizza alla luce della moderna agiografia tutto il materiale esistente sulla diocesi di Capua, la vita e l'episcopato di San Prisco. Per Iodice molte testimonianze sono o troppo tardive o destituite di ogni fondamento, II primo che inserì Prisco nel novero dei 72 discepoli di Cristo fu Adone di Vienne (Martirologio del IX secolo) basandosi semplicemente sull'origine del nome Priscus, cioè antico.

L'elenco dei 72 discepoli di Cristo fu, poi, redatto del VI secolo da alcuni scrittori greci che scelsero nomi a casaccio dai libri del Nuovo Testamento. Un'altra lista fu compilata in occidente dove compare Prisco di Capua e perfino il filosofo Seneca. Il primo, invece, che parlò di Prisco come quel padrone di casa che ospito Gesù nell'ultima cena fu Pietro de' Natali nel XIV secolo attribuendo tale affermazione a San Damaso Papa.

Nelle opere del Papa, tuttavia, tale affermazione non si ritrova. Non bisogna, però, ritenere che gli storici capuani, anche quelli relativamente recenti, fossero degli sprovveduti. In realtà, essi seguirono una critica storica oggi ritenuta erronea e ingenua ma che ai loro tempi era ritenuta valida ed efficace.

Michele Monaco e Giovan Pietro Pasquale scrissero che la tradizione di Prisco nel Cinquecento era confermata da Nicola Vitelli. tesoriere del duomo e poi vescovo di Carinola, il quale asseriva di averla ricevuta dai suoi antenati. La tradizione di Prisco, del resto. è riportata negli Acta Atinensis Ecclesiae dove parlando di Pietro e dei suoi discepoli giunti a Roma da Antiochia si afferma che il principe degli apostoli passò per Napoli dove consacrò vescovo Aspreno e per Capua dove lasciò vescovo Prisco.

Secondo la più moderna critica storica, pero, la tradizione orale e gli Acta Atìnensis Ecclesiae non sono attendibili: la tradizione orale è troppo recente e gli Acta, composti da un anonimo nel XIII secolo, un lavoro tardivo scritto più per rinvigorire la devozione popolare che per scopi storici. Ma c'è di più: l'arrivo di Matrona affetta da emorragia, il ritrovamento del corpo e la guarigione della fanciulla. si riallaccia alla leggenda che fa di Prisco uno dei dodici vescovi africani al tempo degli imperatori Valentiniano (I, 364-75; II, 375-392) e Valente (364-78), giunto in Campania, convertito il popolo e morto martire. Ed è stata proprio questa confusione tra leggenda e traduzione a convincere gli storici moderni della non esistenza storica di un Prisco protovescovo capuano.

3.1. Il Priscus nucerinus episcopus di San Paolino

Non essendovi alcuna prova certa dell'esistenza di un Prisco capuano. alcuni studiosi hanno identificato il santo festeggiato il 1° settembre con San Prisco di Nocera, ricordato espressamente da San Paolino in un suo carme. Questa interpretazione è ritenuta certa da insigni studiosi come il Delehaye, il Lanzoni, dal Jadin e dal Bourque: interpretazione che si basa sul canone secondo cui l'esistenza di nessun santo a martire può essere accettata se non poggia su documenti certi.

* La ricerca è stata effettuata su documenti raccolti con pazienza e passione da Alfonso Rosmino e da lui custoditi amorevolmente.