1) La tradizione. Il cardinale
Capecelatro e monsignor Granata.
La vicenda narrativa e storica di San
Prisco, primo vescovo di Capua, è intessuta di mistero, di
sovrapposizioni popolari, di pietà, di fede e di devozione. E’
utile, allora, distinguere la tradizione orale dalla storiografia
ufficiale e dalla critica storica sulla figura di San Prisco Nel
solco della tradizione seguiremo ìa narrazione del cardinale
Alfonso Capecelatro, arcivescovo di Capua (Marsiglia 1824-Capua
1912) il quale, su sollecitazione del parroco, diede alle stampe per
i tipi della Tipografia della S Lega Eucaristica di
Milano, una
pregevole "Novena a San Prisco Martire
primo Vescovo Capuano" che vide la
luce nel 1901.
Nell’introduzione
alla sua 'Novena',
il Capecelatro narra che San Prisco
fu martirizzato
nell’antica
Capua, ma che il suo corpo fu sepolto
dai discepoli
fuori la Porta di
Giove.
In principio
i resti
mortali
del santo furono venerati in segreto
ma poi, quando la persecuzione
contro i cristiani
cessò, sulla tomba fu
edificata
una chiesetta destinata
a diventare la futura parrocchia.
Poi, secondo 1’uso,
i fedeli
iniziarono
a costruire le proprie
abitazioni
intorno al sepolcro del santo.
Da quel gruppo originario
di case sorse
il paese di
San Prisco. Le sante reliquie
furono, poi
trasferite nel duomo di
Capua all’inizio
del 1700.
II
Capecelatro divide
la sua “Novena” com’era ovvio,
in nove giorni,
partendo dalle considerazioni
per finire
alle preghiere.
Si tratta certamente di
un testo più ricco
di spunti
spirituali
che storici,
scritto appositamente
per la saldezza
delle anime, ma
interessante sotto
il profilo
della ricerca storica.
Rimaniamo
sempre nell’ambito
della tradizione quando
il cardinale
narra che Gesù stesso scelse la casa di
San Prisco per celebrare l’ultima
cena e che, quindi,
ricevette dalle mani
del Salvatore la prima Eucaristia.
II Capecelatro continua
raccontando che San Prisco seguì San Pietro
quando questi si
recò ad Antiochia per evangelizzare
i pagani
e non lo abbandonò nemmeno quando sbarcò sui
nostri lidi.
Prisco in seguito, lasciò
Roma per Capua dove era particolarmente
venerata Diana
dea della caccia.
Prisco si
stabilì fuori
della città
sull’Appia nei preessi
della Porta Albana e da lì iniziò la
sua predicazione, anche con segni prodigiosi come il ridare la
vista ai ciechi, la parola ai muti e resuscitando i morti.
Il proselitismo di Prisco provocò,
ovviamente, la dura reazione dei sacerdoti di Diana: fu arrestato,
messo ai ceppi dal proconsole campano e sottoposto ad ogni genere di
tortura affinché ritrattasse la sua fede. Prisco, però, benché
sfinito dai dolori, recitò questa preghiera, "Io ti ringrazio, o
Signore Gesù Cristo, che ti sei degnato di unirmi al numero dei tuoi
Santi. Ti ringrazio pur molto di aver appagato il mio desiderio di
martirio. Il Tuo Nome sia benedetto nei secoli, ed ora accogli il
mio spirito".
La preghiera irritò a tal punto i suoi
carnefici che questi lo trafissero a colpi di pugnale. Il suo corpo
fu seppellito dai discepoli i fuori la porta di Giove, dove, in
seguito, fu edificata la chiesa di San Prisco. Della figura del
primo vescovo e martire capuano si occupa diffusamente anche
monsignor Francesco Granata, nobile capuano e vescovo di Sessa,
nella sua "Storia Sacra della Chiesa Metropolitana dì Capua" data
alle stampe nel 1766.
La. narrazione del Granata è molto
ricca di particolari: Prisco fece demolire il Tempio di Diana
Tifatina, si stabilì presso la Porta Albana con due discepoli (uno
dei quali fu San Sinoto, successore di Prisco). La prima chiesa fu
la "Grotta", un sotterraneo dove si riunivano i fedeli in Cristo,
che fu chiamata Santa Maria Maggiore o Santa Maria di Capua.
Un'attività pastorale lunga, quella di
Prisco, ventennale secondo il Granata. II santo trovò il martirio
qualche anno prima di Pietro, secondo la tradizione il 1° settembre
all'inizio della persecuzione dell'imperatore Nerone. Il suo corpo
fu deposto in un sepolcro di proprietà di una nobile matrona. I
resti furono poi ritrovati da Santa Matrona nell'anno 506 e
trasferiti nella chiesa dedicata dalla fanciulla al santo.
2) La tradizione, n Martirologio di
Adone, la Passio Cassinosi, il Martirologio Romano e Michele Monaco
Che Prisco sia stato uno dei primi
discepoli del Signore lo si apprende nel Martirologio di Adone,
ed è probabile che proprio in seguito
a questa "interpretazione" che
la Passio della Biblioteca
Capitolare di
Benevento identifichi
Prisco con il discepolo che diede
ospitalità a Cristo durante l'ultima cena, che abbia seguito Pietro
in Italia e che sia diventato il primo vescovo di Capua.
Per la Passio dei Codici Cassinesi
dell'XI secolo, Prisco è un vescovo
espulso dall'Africa nel 368 o
nel 378 durante la
persecuzione dell'imperatore
Valente.
Insieme ad altri fedeli fu caricato a
bordo dì una nave "colabrodo" e abbandonata alla deriva. II
"guscio", però, approdò miracolosamente sulla costa campana. Prisco
si stabilisce presso la Porta Albana, viene accusato di aver
distrutto il tempio di Diana
Tifatina e ucciso a colpi di pugni e
bastoni. Secondo lo storico Michele Monaco,
i resti del martire furono trasferiti
nella cattedrale di Capua (ad
accezione di poche reliquie che rimaste a San Prisco e ritrovate in
un vaso dì vetro nel 1598). I resti di
Prisco conservati nel duomo di Capua furono rinvenuti, assieme a
quelli dì Stefano, dall'arcivescovo
Nicola Caracciolo nel 1712. La
cassa, con pareti interne rivestite di stoffa pregiata d'arte
arabo-bizantina, è del XIII secolo.
Il Martirologio Romano
commemora nel 1° settembre oltre a Prisco anche
Castrese,
Tammaro, Rosio e
Roscio,
Eraclio, Secondino, Adiutore, Marco, Augusto,
EIpidio,
Canìone e Vindonio.
Essi
sarebbero stati cacciati dall'Africa
durante la persecuzione vandalica del 439.
3) La critica storica: Antonio
Iodice e la "Storia della Chiesa di Capua"
A sollevare
la cappa delle incrostazioni storiche
della tradizione scritta e orale
provvede, tra gli altri. Antonio Iodice nella sua "Origini
della Chiesa di Capua'. Lo
studioso capuano analizza alla luce
della moderna agiografia tutto il
materiale esistente sulla diocesi di Capua, la vita e
l'episcopato di San Prisco. Per Iodice
molte testimonianze sono o troppo tardive o destituite di ogni
fondamento, II primo che inserì Prisco nel novero dei 72 discepoli
di Cristo fu Adone di Vienne (Martirologio del IX secolo)
basandosi semplicemente sull'origine
del nome Priscus, cioè antico.
L'elenco
dei 72 discepoli di Cristo fu, poi, redatto del VI secolo da alcuni
scrittori greci che scelsero nomi a
casaccio dai libri del Nuovo Testamento. Un'altra lista fu compilata
in occidente dove compare Prisco di
Capua e perfino il filosofo Seneca. Il primo, invece, che parlò di
Prisco come quel padrone di casa che ospito Gesù nell'ultima cena fu
Pietro de' Natali nel XIV secolo
attribuendo tale affermazione a San
Damaso Papa.
Nelle opere del Papa, tuttavia, tale
affermazione non si ritrova. Non
bisogna, però, ritenere che gli
storici capuani, anche quelli
relativamente recenti, fossero degli sprovveduti. In realtà, essi
seguirono una critica storica oggi ritenuta erronea e ingenua ma che
ai loro tempi era ritenuta valida ed efficace.
Michele Monaco e Giovan Pietro
Pasquale scrissero che la tradizione di Prisco nel Cinquecento era
confermata da Nicola Vitelli. tesoriere del duomo e poi vescovo di
Carinola, il quale asseriva di averla ricevuta dai suoi antenati. La
tradizione di Prisco, del resto. è riportata negli Acta Atinensis
Ecclesiae dove parlando di Pietro e dei suoi discepoli giunti a
Roma da Antiochia si afferma che il principe degli apostoli passò
per Napoli dove consacrò vescovo Aspreno e per Capua dove lasciò
vescovo Prisco.
Secondo la più moderna critica
storica, pero, la tradizione orale e gli Acta Atìnensis Ecclesiae
non sono attendibili: la tradizione orale è troppo recente e gli
Acta, composti da un anonimo nel XIII secolo, un lavoro tardivo
scritto più per rinvigorire la devozione popolare che per scopi
storici. Ma c'è di più: l'arrivo di Matrona affetta da emorragia, il
ritrovamento del corpo e la guarigione della fanciulla. si
riallaccia alla leggenda che fa di Prisco uno dei dodici vescovi
africani al tempo degli imperatori Valentiniano (I, 364-75; II,
375-392) e Valente (364-78), giunto in Campania, convertito il
popolo e morto martire. Ed è stata proprio questa confusione tra
leggenda e traduzione a convincere gli storici moderni della non
esistenza storica di un Prisco protovescovo capuano.
3.1. Il Priscus nucerinus episcopus
di San Paolino
Non essendovi alcuna prova certa
dell'esistenza di un Prisco capuano. alcuni
studiosi hanno identificato il santo
festeggiato il 1° settembre con San Prisco di
Nocera, ricordato espressamente da San
Paolino in un suo carme. Questa
interpretazione è ritenuta certa da insigni
studiosi come il
Delehaye, il
Lanzoni, dal
Jadin e dal
Bourque:
interpretazione che si basa sul canone
secondo cui l'esistenza di nessun santo a martire
può essere accettata se non poggia su
documenti certi.
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La ricerca è stata
effettuata su documenti raccolti con pazienza e passione da Alfonso
Rosmino e da lui custoditi
amorevolmente.
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